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Belgio

Il sogno della scala

Un romanzo di Patrick Lowie (Belgio)
Ed. MaelstrÖm (Belgio), 2018

Mi sveglio contando: un mese, due anni, sette anni forse che affondo in un pantano, che senza dubbio regredisco. Ho imputato tutto questo alla vecchiaia, all’avanzare della mia età biologica. Eppure, al risveglio da questo sogno mediocre, la sensazione è tutt’altra.

Nella stanza dodici dell’ex Grand Hotel Liégeois, dove un tempo soggiornarono Rimbaud e Verlaine, poi il presunto poeta belga-italiano Marceau Ivréa, uno scrittore incontra due insoliti personaggi notturni e riceve da uno di loro una cartella contenente un prezioso manoscritto del poeta Ivréa.

Diciotto sogni, raccontati, condivisi e commentati da due uomini, Marceau e un misterioso compagno di viaggi onirici e realtà, con cui ama sdraiarsi sulla riva del fiume a fumare, mangiare sushi e passeggiare in mondi e città che forse esistono, o forse no.

Un percorso iniziatico all’interno di un labirinto, segnato da simboli, archetipi e dai versi di Artaud, e in cui la fuga nel sogno è un modo per ricucire un contatto con la realtà e con sé stessi.

Il sogno della scala è il quinto volume delle Cronache di Mapuetos, saga letteraria che ricompone l’opera di Marceau Ivréa, morto nella cella di una prigione di Bruxelles, e ambientata in una città dai confini incerti, Mapuetos.


Nota biografica sull’autore

Patrick Lowie nasce a Bruxelles nel 1964, da allora ha dedicato la sua vita a numerose professioni, battaglie artistiche e villeggiature. Scrive il suo primo libro, una raccolta di racconti, all’età di trentun anni, Je suis héros positif. Dal 2000 al 2005 pubblica la trilogia delle illusioni (Al ritmo dei diluvi, tradotto in italiano da Enrico Frattaroli per i tipi di Biliki nel 2008, La légende des amandiers en fleurs, L’enfant du Kerala). Nel 2012, in occasione dell’uscita di Amaroli Miracoli annuncia alla radio RTBF che questo libro è il primo volume di una saga letteraria, firmata da Marceau Ivréa e di cui lo scrittore si fa portavoce, e che l’opera ricomposta verrà pubblicata in quaranta uscite. Fra queste, la raccolta di poesie, Charabia, è pubblicata nel 2015 e ricompensata dal Premio Gros Sel del Pubblico 2015, poi tradotta in italiano (Siamo due gatti, 2015). Le rêve de l’échelle è il quinto tomo delle Cronache di Mapuetos.

È inoltre autore di testi teatrali e di un racconto tradotto in diciannove lingue: La tentazione del latte e del miele (2005). Vincitore di diverse borse di scrittura Sabam, è stato membro della giuria del Premio Triennale di Poesia della federazione Vallonia- Bruxelles nel 2008.


Estratto della traduzione

Presagio

La prova è fonte di apprendimento e d’ispirazione. Nonostante l’ascesso dentale piuttosto violento, questo fine settimana mi reco in un hotel di Bruxelles, il Siru, dove hanno trascorso del tempo Rimbaud e Verlaine. E dove, qualche decina d’anni fa, la polizia ha scoperto migliaia di pagine manoscritte di Marceau Ivréa, in uno dei materassi della camera dodici. Quei fogli, da ben cinque anni, mi hanno tenuto la mente impegnata nella ricomposizione dell’opera di Marceau Ivréa, poeta e scrittore italo-belga. Sono quei fogli all’origine delle Cronache di Mapuetos. Un fine settimana in un hotel della mia città: chissà se potrò incontrarci i fantasmi di Rimbaud, Verlaine e Ivréa. L’hotel Siru sorge esattamente dove un tempo era ubicato il Grand Hotel Liégois, a due passi dalla Gare du Nord, all’angolo fra la rue du Progrès e la rue des Colonies. Accanto all’Hotel des Colonies. Ad accogliermi è Marion, molto felice di ricevermi. Facciamo il giro delle camere, della brasserie al pianterreno che sembrerebbe d’epoca, poi di altre stanze. Scopro che la camera dodici non esiste, mi hanno dato la settecentododici. Una stanzetta verde e perfetta al settimo piano, con vista sulla torre della stazione Bruxelles-Nord. È difficile proiettarsi all’epoca di Morti del Novantadue e del Novantatré. Troppo complicato immaginare la vita di un tempo in questo quartiere in cui niente è rimasto come prima, non c’è un angolo che possa ricordare il XIX secolo, né gli odori. Osservando il retro della torre della Gare du Nord, mi sembra di vedere un fiume o il mare, poco prima di una collina boscosa, anche se so bene che non ci sono corsi d’acqua in questa zona. Se fossi un pittore, contornerei di alberi quella torre e sullo sfondo insisterei sul blu dell’acqua, il cielo resterebbe grigio per non servire troppi sogni agli amatori d’arte. Scende la sera, le luci illuminano la città. Sono preso dall’ansia perché sono qui per indagare, per stanare i fantasmi del trio infernale. Sebbene il veggente sia stato seppellito nella cripta di famiglia a Charleville, il Pauvre Lélian al cimitero di Battignoles a Parigi, e il principe di Mapuetos al cimitero – dismesso dal 1959 – di Dieweg a Bruxelles, per quanto siano tutti e tre morti è possibile che abbiano lasciato qui, in questo hotel, una parte di sé. Mi sono abituato ai presagi a tal punto che influenzano – a volte troppo – la mia vita ma sono capace – per mia gran fortuna – anche di provocarli. La notte, verso mezzanotte, senza avvertirne il personale dell’hotel, sono tornato nella brasserie abbandonata, sperando di trovarvi un indizio, un’aura. Mi sono seduto sulla panchina, ho aspettato, meditato a lungo, ho chiuso gli occhi, immaginato le montagne più belle, lontane, immaginato i colori. Niente, niente di niente… Risalendo verso la camera settecentododici, noto una porta chiusa a chiave, la forzo. Non c’è un granché, solo una decina di scale di legno. Vado via e tornando su, il mio sguardo si sofferma su un uomo giovane seduto su una poltroncina della hall dell’albergo. È elegante, snello, ha occhi ridenti, mi fa un cenno con la mano. “Si sieda”, mi dice. “Mi chiamo Allan, sono nato ad Abidjan. La osservo da quando è arrivato in questo hotel. La stavo aspettando. Mio padre ha conosciuto Marceau Ivrea. Non so in quali circostanze. Mi ha detto che un giorno avrei incontrato un uomo nella hall dell’hotel Siru a Bruxelles e che avrei dovuto consegnargli questo.” Mi porge una cartellina di cartone, che apro. Ci sono foto, disegni, testi manoscritti. Riconosco la calligrafia di Marceau Ivrea. Basito, gli chiedo: “Mi aspetta da molto?” Gli si stampa in faccia un bellissimo sorriso: “Quasi due anni. L’attesa mi esasperava, avevo già deciso di che sarei tornato a casa la settimana prossima. Mio padre è morto, non ho altro da aggiungere. Ora andrò da mia madre. Desidero profondamente tornare nel mio paese… e allo stesso tempo ho paura. Ho compiuto la mia missione. Altri due uomini l’hanno aspettata, avevano qualcosa da dirle su Marceau Ivrea. Non torneranno più, ma potrà trovarli da un’altra parte. Uno di loro mi ha parlato della città polacca di Grunwald, a quasi milletrecento chilometri da qui”. Vengo assalito da una forte sensazione di claustrofobia e ho l’impressione dolorosa di svenire nel buio di questa hall invasa dal rumore dell’acqua della fontana, poi arriva lo stupore. Gli dico: “Cinque anni dopo la scoperta dell’opera di Marceau Ivrea, mi ritrovo qui con migliaia di pagine in più. Suo padre ha fatto la galera a Bruxelles?” Mi dice che non lo sa, che non sa niente. Dopo una stretta di mano, si alza e lo guardo partire. Esce dall’hotel, lo seguo e l’osservo attraversare la Place Rogier come un fantasma nella nebbia. Ritorno alla mia camera, con la cartella sottobraccio. L’enigma Ivréa avrà mai fine? Chi sono queste due altre persone? Faccio scorrere la tessera magnetica nella porta della camera, da cui è scomparsa la cifra sette. Entrando capisco che non mi trovo più nello stesso posto. Mi butto sul letto, chiudo gli occhi. Riaprendoli, urlo: “Rosso!” E vedo rosso intorno al collo di un uomo. Cosa ci fa qui? “Sono venuto solo a portarvi le chiavi delle parole, perché fa quella faccia? Sembra un fauno impaurito, di cui nella notte spuntano gli occhi”. Mi addormento contando: uno, due, tre, quattro…

Mi sveglio contando: un mese, due anni, sette anni forse che affondo in un pantano, che senza dubbio regredisco. Ho imputato tutto questo alla vecchiaia, all’avanzare della mia età biologica. Eppure, al risveglio da questo sogno mediocre, la sensazione è tutt’altra. Il mio impantanarmi mi ha impedito di essere chi sognavo di essere, chi ero. Tutto ciò che scrivo è diventato dozzinale, i miei testi sono illeggibili, le mie idee di rivoluzione sono cadute insieme ai denti, la fede è diventata dubbio, i sentimenti non battono più, l’ispirazione… che ispirazione? Sono veramente vivo? Campo nella paura, senza sapore, senza il minimo stato d’animo. Non parlatemi d’amore poi, attiro solo nevrotici arenati peggio di me. Esseri senza fascino, senza cuore e senza destino. Io un destino lo sognavo, non come un sogno senza domani, né come un’idea fissa e sfocata, ma come una sovrapposizione di date, di incontri innovativi, trasformatori, insoliti… Non è successo niente di tutto questo. Prima di defilarmi definitivamente, prima di sprofondare, è importante sopperire all’urgenza: temprare i rapporti con gli altri, lavorare di più, velocemente, convincere i più autorevoli, finire questo romanzo iniziato per poi congedarmi dalla letteratura senza rimpianti. Devo ritrovare la mia propria forza. Rianimarmi il cuore. L’errore è stato di voler vivere mio malgrado, di essersi lasciato trascinare, di essere pieno di paure senza averlo mai ammesso. Questa paura invisibile e furba mi stanca, l’assillo di apparire mi logora, gli scrupoli mi bruciano da dentro, ormai sono un cero acceso in una chiesa senza dio. Le ossessioni mi sfiancano, è tempo di soffocare le mie elucubrazioni, è tempo di rischiare, di lasciare le vecchie certezze che imbruttiscono ogni pensiero, è tempo di attaccare.

Senza ulteriori indugi, gli faccio recapitare il breve messaggio seguente: “Moûsai, ho ripensato alla nostra conversazione di lunedì, quando mangiavamo sushi sull’altra riva del fiume blu, della necessità di creare un nuovo movimento artistico. Il sole era generoso, i sushi deliziosi, i tuoi occhi brillavano, ma da allora non ne abbiamo più riparlato. Accetteresti di ritornare là a sognare ancora un po’?”

Scheda tecnica
Autore Patrick Lowie
Pagine 132
ISBN 978-2-87505-312-1


Data di uscita 2018
Formato 18×21 cm
Genere Romanzo