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Marocco

Un giorno la notte

Un romanzo di Ghizlaine Chraibi (Marocco)
Ed. Onze (Marocco), 2019

Che parolone! Illuminare un sasso messo in mezzo alla strada. O nella scarpa. Che stronza, la dinamo. Il fiato non mi basta più.

Questo terzo romanzo della psicoterapeuta e scrittrice marocchina Ghizlaine Chraibi è una diatriba filosofica che fa luce sulla vita di coppia guardandola attraverso l’unico spiraglio esistente. Due monologhi consecutivi introducono nel libro la coppia secondo Ghizlaine Chraibi: “lei parla di giorno, lui la notte. Sono il giorno e la notte”. Rivendicazioni femministe, analisi sociale, decostruzione della famiglia e critica del ruolo della donna nella continuità imposta da una cultura, da un paese e da una mascolinità dominante, fino alla presa di coscienza che l’unica via d’uscita della narratrice sta nella morte dell’altro, o meglio, nella sua esecuzione. Spirale isterica, consapevole, di una donna che prende (o crede di prendere) il suo destino in mano, spirale di uno specchio che si tende a sé stessi nel silenzio dell’altro, quando la comunicazione non è più possibile – se mai un giorno lo è stata. L’uomo è inesistente, “fa il morto” o forse morto lo è davvero? È questa domanda che la scrittrice pone con una penna pungente e spietata, eseguendo l’autopsia graduale della relazione fino al punto di non ritorno.

Nota biografica sull’autrice

Nata a Tangeri nel 1970, Ghizlaine Chraibi è psicoterapeuta, scrittrice e fondatrice dell’Istituto Marocchino della Psicoterapia Relazionale a Casablanca. Ad oggi ha pubblicato tre romanzi e il quarto è ancora inedito. La sua prima opera, “Un amour fractal”, decostruisce lucidamente le belle immagini kitsch e gli stereotipi coniugali tramite una scrittura frammentaria, un testo di un’estrema violenza che suggerisce che la libertà non è mai una conquista definitiva. “L’étreinte des chenilles” mette in scena un mondo distopico in cui le donne prendono il potere per instaurare un sistema matriarcale. Pittrice autodidatta, Ghizlaine Chraibi espone i suoi dipinti e disegni da oltre vent’anni. Le sue parole d’ordine sono: umorismo ed etica, accompagnati da una benevolenza umanistica.

Estratto della traduzione

Le vicine. Mi invidiano, le vicine. “Almeno sei sicura che non ti tradisce”. È vero. Considerando che nessuno ti vede uscire, mi invidiano perché il mio maritino se ne sta calmo e tranquillo a casa con la mogliettina. Ognuno parla secondo le proprie paure, i propri traumi. Il loro è il tradimento. Il mio, la morte ante-mortem. La non-vita. È chiaro che qualunque movimento che faccio scava le tue escare. Scusami, tesoro, ti faccio del male senza volerlo. Tu che hai messo a dormire la nostra vita di coppia, soffri per colpa mia. Scusa. Vorresti solo un po’ di pace nei tuoi movimenti letali. Un doppio movimento paradossale. Il tuo muoverti è quello della morte e della stagnazione. E io ho la sfacciataggine di venire a compromettere l’equilibrio instabile che scopro appeso ad un filo sottile. Un soffio di vento smuove un tuo capello spazzando via il progetto che ti eri prefissato. Scusa. Ma chi chiederà scusa a me? Chi mi ripagherà per questa vita unilaterale ed emiplegica? Chi mi compatirà mentre continuo a montare gli albumi a neve già impazziti? Chi s’intenerirà per questo sforzo sovrumano che compio reinventando la speranza ogni mattina, ogni sera? Pedalare con la dinamo e illuminare la nostra strada. Strada… Che parolone! Illuminare un sasso messo in mezzo alla strada. O nella scarpa. Che stronza, la dinamo. Il fiato non mi basta più. Non si può contare su di lei con quella lucina che ti fornisce mentre tu sudi sette camicie. Poi ho solo una bici a portata di mano, non un tandem. E quando mi chino su di te – un neonato addormentato nella culla avrebbe più vigore – fai lo sforzo incommensurabile di abbozzare un sorriso confuso e incompiuto sulle tue labbra quasi livide per quanto sono rimaste chiuse. È un favore che mi fai, penserai tu. Ma chi può mai pensare ciò che ti passa per la mente se non il tuo Creatore? Qualunque sforzo fisico o psichico diretto verso di te è una battaglia persa. Capirti, chiederti, parlarti non generano altro che un’incomprensione e un silenzio assordanti. A volte mi capita di sognare le tue labbra. Non per il piacere carnale che hanno potuto procurarmi in passato. Ma per una sorta di ossessione che ho nutrito di vederle un giorno schiudersi. Perché anche quando ti raschi la gola e che mi precipito al suono di quei rari decibel, lo fai a bocca chiusa. Accidenti! Anche quando scorreggi, lo fai a gambe allungate – l’immobilismo comporta obblighi – e l’aria fetida deve farsi strada rapidamente fra le lenzuola per non trovarsi intrappolata dalla tua inazione. Scorreggi senza fare rumore, ci se ne accorge solo pochi secondi dopo. Anche il gas che produci esiste solo attraverso il suo effetto, non perché sei tu che lo attivi. Tu che lo attivi… Mi ritrovo spesso a fantasticare, a fare castelli in aria. Mi aggrappo ancora alla vita. Guardo al futuro. Oscillo fra utopia e amarezza. Uno strizzacervelli mi ha detto che è pessimo per la salute. È più sano mantenersi in una profonda depressione o elaborare il lutto delle proprie speranze infrante e andare avanti. Pronuncio queste due parole e scoppio a ridere. Andare avanti. Muoio dalle risate a forza di provare a smuoverti. E non ho più la forza di trascinare il peso morto che sei diventato. Cercare il movimento e morire dal ridere. Un suono. Una morte dolce. A labbra aperte, per lo meno.

All’inizio accettavi ancora di metterti seduto la mattina, per farti portare la colazione. La facevamo insieme. Il mio pasto preferito. Allora ero felice. Soddisfatta e realizzata. Visto da fuori, dà un’immagine un po’ bucolica di una giovane coppia complice e armoniosa, che fa colazione al letto, e non solo il finesettimana. Tutti i giorni addirittura! Visto da fuori… Ma da dentro, più la pelle dolorosa della nostra relazione si assottigliava, più mi accontentavo, per mio ottimismo e per una mia naturale tendenza a escogitare soluzioni, del simulacro di questo pasto. Da vomitare, in realtà. Un favore che mi facevi sempre di meno, per quel dover aprire le labbra, masticare, deglutire, inghiottire, digerire, defecare. No, troppo, veramente troppo. Intuendo questo movimento d’immobilità implacabile e di fatalità, simile a un sortilegio, non stupisce che trovassi meraviglioso fare quella schifosa colazione con te, quando tu facevi ancora lo sforzo di sederti, anche se addossato e sorretto da tutti i guanciali, cuscini e cuscinetti di casa. Requisivo tutto per te, lasciando gli altri letti e materassi piatti come la morte solo per ritardare la tua. Tu, ormai uomo senza rilievo. Senza consistenza. Sì, parlo di fatalità e di sortilegio. Perché no? Fin dall’inizio del nostro incontro, tutti gli sguardi si sono diretti su di noi per convergere sulla nostra felicità balbuziente, al tempo in cui parlavi, ti mettevi ancora in piedi, e camminavi. Sì, parlavi e camminavi ancora quando ti ho conosciuto. In qualche modo avrai pur camminato per arrivare da dove venivi. Da quel paese. Sconosciuto da tutti. Da quella terra. Immaginaria, chissà? Voglio dire, da qualche parte sarai pure nato, come tutti. I tuoi genitori non sono mai stati presentati ai miei, e noi giustificavamo tutto con la scusa della vecchiaia, della stanchezza o della malattia. Non hanno mai potuto spostarsi per tutte queste ragioni. Siccome in famiglia abbiamo un buon carattere e una risposta a tutto, ma nessun segno di curiosità inopportuna, abbiamo trovato loro delle circostanze attenuanti. Circostanze attenuanti che si sono presto diffuse a macchia d’olio e sono state sbattute in faccia ai “che diranno gli altri”, ancor prima che gli altri facessero domande. Siamo troppo forti in famiglia! Ingegnosi e diplomatici. Nostra figlia si risposa con una brava persona, di un’altra città, certo, di un altro paese, ovvio, ma tanto una brava persona. No, la sua famiglia vecchia-stanca-malata non potrà venire alla festa di matrimonio. Un’altra volta forse, per la nascita del bebè. Per l’acquisto della nuova casa. Per il ritorno dal viaggio intorno al mondo. Per il cambio d’arredo del salotto, com’è di consuetudine nel passaggio dall’inverno all’estate, o forse fra due Eid, o magari a Natale, sì, perché qui siamo di ampie vedute e festeggiamo tutto. Purché ci sia aria di festa. Hanukkah, Theravada, Ashura, e poi feste svedesi, sudafricane, senza dimenticare il Giappone. Siamo di mente aperta in famiglia. Talmente aperta che finiamo per ammettere qualunque aberrazione, come quella di provare pazienza e compassione nei confronti di un genero che è passato dalla gentilezza al mutismo, e che ora fa il morto. Nemmeno in una piscina. In piscina, avremmo potuto vantarci con gli amici della sua passione per questo hobby acquatico, delle sue abilità sportive, della spericolatezza e del coraggio in situazioni poco comuni. Lo avremmo trasformato in un avventuriero curioso e originale! Adesso però, tesoro… La situazione è irrimediabile. Il coraggio di vivere non si compra. Non ci hai lasciato nessuna presa, nessuna fessura sulla tua parete in cui potere infilare le dita e affrontare la sfida, riabilitare la tua immagine. L’immagine è diventata piatta. La terza dimensione non esiste più. Più nessuna prospettiva. Anche l’orizzonte, alla fine, ha fatto fagotto. È rimasto solo il contorno sfocato del tuo corpo sulle lenzuola che non ti vogliono più. E i cuscini, costretti a subire questa cappa di piombo sigillata, forzato nel calcestruzzo del tuo immobilismo ormai fossilizzato. Sei diventato un orologio senza meccanismo di carica. No, non ci dai più argomenti per la tua difesa. Ci metti in una situazione scomoda, sappilo, tesoro. Senza volere criticarti o farti la morale, sia chiaro. Penso che non dubiti più della mia buona fede, vero? Va bene. Dovevo assicurarmene, capisci? Perché non voglio che ci siano nuvole fra di noi. Se mi sono risposata, è per poter finalmente vivere serenamente con l’uomo che amo. Lo sai. Sì, lo sai. Lo so che lo sai. È importante dirsi sempre le cose. Senza giri di parole o imbarazzo. Va bene. Ce lo eravamo promessi. Ecco, siamo d’accordo. Quindi preferisco insistere per essere certa di non creare disagi fra di noi, né fra te e la mia famiglia. Che tu possa continuare a sentirti sereno e tranquillo. Soprattutto che non ti senta scosso nei tuoi ritmi. Che tu possa sentirti rispettato e considerato nel tuo giusto valore, secondo i precetti per i quali intendi vivere, senza pressioni né rimproveri. Va bene. Quando bisogna dire le cose, bisogna dirle. Per una volta, preferisco prendere tempo.

Scheda tecnica
Autore Ghizlaine Chraibi
Pagine 82
ISBN 978-9920-9357-0-8


Data di uscita 2019
Formato 13×20 cm
Genere Romanzo